Geopolitica, guerra, intelligenza artificiale, Trump, Europa, il ritorno dei nazionalismi. Antonello Barone racconta perché il Festival nato undici anni fa a Termoli oggi parla più del presente che del futuro. E mentre il mondo sembra scegliere la forza, lui presenta un libro sulla gentilezza.
Per undici anni il Festival del Sarà ha provato a immaginare il futuro. Oggi, però, il futuro sembra aver smesso di aspettarci, ha imboccato una scorciatoia. Le parole che qualche anno fa appartenevano ai convegni di nicchia – geopolitica, intelligenza artificiale, sovranità, guerra ibrida – sono diventate il lessico quotidiano dei telegiornali. L’impressione è che il presente abbia corso più veloce di qualsiasi previsione.
È da qui che parte la conversazione con Antonello Barone, ideatore del Festival del Sarà, che dal 17 al 19 luglio torna in piazza Duomo a Termoli per l’undicesima edizione dopo un viaggio lungo l’Italia, da Bergamo a Roma, da Torino a Bologna. Un’edizione dedicata alla “Supremazia”, parola scelta molti mesi fa e che oggi, alla luce di quello che sta accadendo nel mondo, appare quasi profetica.
“Quando immaginai il nome Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro – racconta – l’idea era proprio quella di provare ad anticipare ciò che attendeva la democrazia occidentale e la nostra società. Credo che il Festival abbia avuto la capacità di intercettare parole che allora erano di nicchia e che oggi aprono i telegiornali. Penso soprattutto alla geopolitica e all’intelligenza artificiale”.
Non è una rivendicazione di lungimiranza. È quasi una presa d’atto: il mondo ha accelerato così tanto da trasformare in cronaca quotidiana ciò che fino a pochi anni fa sembrava materia per studiosi e analisti.
“Oggi non esiste convegno che non parli di intelligenza artificiale o di geopolitica. Noi abbiamo costruito una reputazione proprio su questi temi e questo ci ha permesso di diventare partner della Biennale Tecnologia del Politecnico di Torino. È un riconoscimento importante, che nasce dalla capacità di guardare un po’ più avanti”.
Il Festival, però, non è soltanto un cartellone di ospiti. Quest’anno saliranno sul palco, tra gli altri, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello, il direttore della Biennale Tecnologia Guido Saracco, il direttore di Repubblica Stefano Cappellini, Francesco Profumo, Greta Cristini, Elena Kostioukovitch e numerosi studiosi di geopolitica, filosofia e innovazione. È diventato un laboratorio permanente nel quale istituzioni, università, imprese e società civile si confrontano sulle trasformazioni del mondo.
Eppure, nonostante la crescita nazionale, Barone continua a considerare Termoli il cuore del progetto. “Termoli è l’approdo naturale del Festival. Portare qui persone di grande qualità significa far scoprire una città che molti non conoscono. Il valore di questo luogo è un patrimonio del Festival. Perderlo significherebbe snaturarlo”.
Poi sorride ricordando una sera del 2018. “La piazza era quasi mezza vuota. Invece di scoraggiarmi dissi: se voi non ci siete, andremo noi altrove. Da quella sera nacque l’idea di portare il Festival fuori dal Molise. A volte non ci si rende conto del valore delle cose che si hanno sotto casa. Quando cominciano a raccontartele la Repubblica, il Corriere della Sera e altri giornali nazionali, allora inizi a guardarle con occhi diversi. Oggi il fatto che le prenotazioni siano andate esaurite in appena due giorni mi dice che almeno una parte della città ha compreso cosa rappresenta il Festival”.
La parola scelta per questa undicesima edizione è “Supremazia”. Una parola dura, quasi inquietante.
“Ci è venuta naturale. Purtroppo fotografa il tempo che stiamo vivendo. Le grandi potenze stanno tornando a regolare i rapporti internazionali sulla forza. Forse è sempre stato così, ma negli ultimi ottant’anni abbiamo vissuto dentro una rappresentazione diversa. Oggi Donald Trump ha fatto cadere quel velo. L’America ci sta dicendo che non ha più bisogno dell’Europa”.
La riflessione si allarga fino a diventare apertamente politica. “Chi governa oggi l’America è il capitale. Dopo il 1989 abbiamo raccontato la caduta del Muro di Berlino come la vittoria della democrazia sul comunismo. Forse, col senno di poi, è stata soprattutto la vittoria del capitale. Oggi non esiste più un Roosevelt capace di limitare il potere dei nuovi monopoli. I monopoli sono i social media, la conquista dello spazio, l’industria della difesa. Se non ricostruiamo un argine democratico rischiamo di perdere, in poco tempo, i diritti liberali che abbiamo ereditato”.
Il passaggio più netto arriva quando il discorso scivola sul linguaggio della politica italiana.
“Penso che la prossima campagna elettorale avrà al centro la parola remigrazione. È un’aberrazione. Porta con sé valori incompatibili con quelli della nostra Costituzione. Se continuiamo a spostare il dibattito sempre più a destra, arriverà inevitabilmente qualcuno ancora più estremo. È già accaduto nella storia”. Ma è proprio su questo perno che il Festival rivendica la propria funzione.
“Politica e media hanno rinunciato, per ragioni diverse, ad approfondire. La politica fatica ad avere una visione e a dialogare con i corpi intermedi. I media sono schiacciati dalla logica del click e dello scroll. Noi proviamo a costruire uno spazio dove tutte le opinioni possano confrontarsi dentro una moderazione che non nasconde i propri valori. Chi mi ascolta sa che ho una mia idea del mondo. Ma avere un’idea non significa smettere di ascoltare chi la pensa diversamente”.
“Se rinunciamo al dialogo, rinunciamo alla democrazia”.
È curioso che tutto questo avvenga nell’edizione che ha scelto come immagine simbolo L.O.V.E., l’iconica opera di Maurizio Cattelan con il dito medio puntato verso il cielo, concessa dall’artista per il concept grafico del Festival. Un’immagine provocatoria (il cui reale significato magari lo svelerà lui durante il Festival) che convive con un altro messaggio, apparentemente opposto.
Già. Perché proprio durante il Festival, infatti, Antonello Barone presenterà “Gentilezza in prestito”, il libro scritto insieme ad Andrea Di Vincenzo, amministratore delegato di Prestiter. È un dialogo sulla leadership che ribalta il modello dominante: non il comando esercitato attraverso la forza, ma la cura delle persone, l’ascolto, la responsabilità.
“Anche questo nasce da una convinzione. La leadership non è sopraffazione. È gentilezza. È cura. È la capacità di accompagnare gli altri, non di dominarli”.
Forse è proprio questo il paradosso dell’edizione 2026. Mentre il mondo sembra riscoprire la supremazia come categoria politica, economica e militare, il Festival del Sarà continua ostinatamente a scommettere sulla forza delle parole. E sulla convinzione, sempre più controcorrente, che dialogare non sia un gesto di debolezza, ma l’ultima forma di resistenza democratica.
Fonte: www.primonumero.it

