Dalla scuola alla difesa, passando per energia e industria: perché senza investimenti nelle competenze e una strategia comune il continente rischia di restare indietro.
Per guidare un’auto serve la patente, per pilotare un aereo il brevetto, persino per manovrare una ruspa ci vuole un attestato. Per l’intelligenza artificiale, la prima tecnologia che in 130mila anni di storia di Sapiens potenzia la mente e non i muscoli, nessuno chiede niente: la usano tutti, senza addestramento. Ed è qui, avverte Roberto Cingolani, che si annida il rischio vero. “Il problema non è l’aereo pericoloso, il problema sono io, perché non ho imparato a usarlo”.
Mentre una manciata di colossi accumula fra 3mila e 4mila miliardi di dollari di debito per costruire supercomputer sempre più grandi, in un’“economia circolare del debito, non della produzione”, dove “basta che uno si rompa e crolla tutto” – la “Lehman Brothers dell’AI”, come la chiama l’ex ministro – l’unico antidoto è investire sull’intelligenza naturale: scuola, università, trasparenza.
Sul palco del Festival del Sarà di Bergamo, giunto alla dodicesima edizione, il fisico che è stato ministro della Transizione ecologica e poi alla guida di Leonardo, e che oggi ha trasferito tutta la sua attività all’estero, parte da una fotografia del Paese impietosa: “Confusione e imprecisione”, alimentate dalla facilità con cui “menzogne, verità, mezze menzogne e mezze verità si confondono e si propagano”. L’intelligenza artificiale, ricorda, nasce in fondo come sottoprodotto delle grandi server farm costruite per i social, “che hanno liberato l’imbecillità”. E poiché l’uomo teme il pericolo fisico ma non quello mentale, che è il più grosso, tutti pensano di poterla maneggiare.
Il guaio è che sopra questa illusione si sta costruendo una piramide finanziaria. Un gruppo ristretto di attori chiede a Stati e grandi aziende di indebitarsi per realizzare macchine capaci di un miliardo di miliardi di operazioni al secondo – “che, by the way, è quello che fa un cervello umano con un pezzo di cioccolata” – e che per funzionare hanno bisogno di centinaia di gigawatt, con la promessa di otto miliardi di clienti e di profitti futuri. Chi fornisce l’hardware fa lo stesso: Nvidia sforna ogni anno una nuova generazione di superchip, la offre scontata a chi costruisce i grandi server ritirando la vecchia, “che non si capisce cosa ci faccia dopo”, e aggiunge un altro mezzo trilione di debito. Intanto altri Paesi, “meno arroganti, meno abituati a vivere sul debito”, rispondono con modelli open-weight che cominciano a usare anche le Pmi, e Huawei propone chip per l’AI che costeranno un decimo: forse non paragonabili per prestazioni, “però ci si fa tutto”.
C’è poi un errore di visione tecnologica. Se l’AI dovrà governare un miliardo di automobili, due miliardi di robot, miliardi di pratiche della pubblica amministrazione e di cartelle sanitarie, non potrà che essere un’intelligenza distribuita, non un unico cervello alla maniera dell’intelletto di Avicenna. E allora il modello della gigafactory “grande come una città, che consuma come una regione” rischia di rompersi prima ancora che scoppi la bolla del debito. Gli investitori, osserva, cominciano già a “sentire puzza di debito troppo grosso”, e prima o poi diranno “non metto più un euro finché non vedo i risultati”: il problema è quante vittime farà nel frattempo un crollo di questo tipo.
Il cuore del ragionamento, però, resta l’uomo. Cingolani lo racconta anticipando un libro in uscita il 24 novembre, Alter Ego. Uno scienziato intervista l’AI, nel quale ha messo alla prova ChatGPT. L’esito lo definisce “raccapricciante”. La macchina gli ha risposto, in sostanza, di non capire quale fosse il problema: se le si fanno domande senza sapere cosa si chiede, senza fissare limiti e condizioni al contorno, se le si demanda tutto senza nemmeno controllarne le fonti, “a un certo punto avete abdicato, fate fare tutto a me e poi dite che il pericolo sono io”. L’esempio è la crisi climatica. Una mente puramente numerica e razionale, senza vincoli, arriverebbe alla soluzione più lineare: eliminare gli umani. “Perché voi ridete se lo dico come uomo? Perché io come uomo ho un’etica, una storia, una cultura, degli affetti, dei figli”. La macchina, che di millenni di cultura non dispone, va invece istruita con condizioni precise: nessuna soluzione deve andare a detrimento dell’essere umano, nessuna deve far crollare il Pil. “Non si può pretendere il buon senso da una macchina”, dice, quando chi pone la domanda dà per scontato che sappia quello che sappiamo noi. “Io non ho paura di questa roba qua. Se ho paura di qualcosa, io la studio. Se invece ho paura e perdo la direzione, allora divento io il pericolo”.
Di qui la domanda che rivolge alla platea: se non investiamo sull’intelligenza naturale, come possiamo pensare che quella artificiale ci aiuti? “Siamo atrofizzati intellettualmente al punto tale da non essere in grado di governare la tecnologia che abbiamo fatto noi?”. Senza una consapevolezza diffusa – che coinvolga non solo i cittadini ma anche il finanziere e il politico illuminati, che queste cose spesso non le sanno – politica, industria e società andranno ciascuna per conto proprio, e le opportunità dipenderanno dalla famiglia e dal territorio in cui si nasce, allargando le disuguaglianze: “Bergamo è un’oasi, ma il resto dell’Italia non è come Bergamo”.
Anche la geopolitica dell’AI passa da qui. Negli Stati Uniti, dove circa il 70% dei fondi per spazio e intelligenza artificiale è privato, la rapidità è indiscutibile: la NASA, diventata “un carrozzone troppo burocratico”, è stata di fatto messa nelle mani di Musk “e non si può dire che non abbia avuto successo tecnicamente”, salvo poi lasciare a un privato la decisione se l’Ucraina debba avere o no i segnali per difendersi dagli attacchi aerei. L’idea che il capitale non abbia più bisogno della democrazia è per Cingolani “la cosa più pericolosa che ci sia”: “Abbiamo fatto 130mila anni di Sapiens per arrivare qui? Ma viva le scimmie, allora!”.
L’Europa, che quel capitale privato non ce l’ha, sconta invece la frammentazione: la sovranità nazionale diventa “un prefiltro di qualunque decisione di interesse comune”. Il cloud europeo è fallito perché Francia e Germania lo volevano ciascuna per sé, i progetti comuni sugli aerei di sesta generazione si sono arenati. E sulla tecnologia questo è letale, perché la tecnologia “non è democratica, è una gara: vince il più bravo, vince il più veloce”. La via d’uscita, per l’ex ministro, sono “telai verticali” su sanità, pubblica amministrazione e difesa, con AI addestrate su dati nazionali protetti ma federate tra Paesi vicini dentro uno schema comune. Oggi, ammette, “come difesa non siamo in grado di difenderci in maniera coordinata, come dati e cloud non esistiamo”. E una parte del danno l’Europa se l’è fatta da sola, con “politiche fanatiche sull’ambiente” che hanno imposto una soluzione unica all’auto: “La termodinamica non si discute. Abbiamo distrutto un settore”.
Lo stesso vale per l’energia, dove chiede di “dire la verità sulla neutralità tecnologica” e, sul nucleare, di smettere di “dire sciocchezze”: nell’intero ciclo di vita un chilowattora prodotto dall’atomo emette cinque grammi di CO2, contro i 17 del fotovoltaico, i 30 dell’eolico, i 500 del gas e i mille del carbone.
Il ragionamento si chiude sulla difesa, dove l’AI diventa decisiva per accorciare la catena che va dall’individuazione di una minaccia alla risposta: un missile che viaggia a cinque o sei chilometri al secondo arriva in pochi minuti, mentre oggi l’analisi richiede più di quattro minuti. “Game over”. Condividendo i gemelli digitali di tutti gli assetti europei, l’intelligenza artificiale potrebbe indicare in 7-12 secondi quale sistema, di quale Paese, è nella posizione migliore per intercettare: decidere resterebbe compito dei generali, ma l’analisi sarebbe immediata.
La sintesi, alla fine, è una formula: “analisi spietate e soluzioni sostenibili”. Le prime, a livello nazionale ed europeo, non le abbiamo ancora fatte. “Abbiamo mentito sulla tecnologia”, conclude Cingolani, che dal festival ha ricevuto il primo Premio Sarà. “E la tecnologia non è altro che il limite che tende a 130mila anni di quello che Sapiens ha chiamato conoscenza, ciò che ci ha reso diversi dalle bestie. Se cominciamo a mentire sulla conoscenza, non andiamo da nessuna parte”.
Fonte: www.economymagazine.it

