Alla Biblioteca di San Giorgio in Poggiale un pomeriggio intenso con il presidente della Regione E-R, de Pascale, Balestra, Giovannini, Ross, Arduino, Pini, Pregliasco, Pressi, De Oto, Perez Almansi e Vavassori. Tre domande senza una risposta facile: cosa resta della democrazia liberale, come è cambiata la guerra e chi produrrà l’auto del futuro.
La quarta tappa dell’undicesima edizione del Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro, ideato e diretto da Antonello Barone, si è svolta il 12 maggio alla Biblioteca d’Arte e di Storia di San Giorgio in Poggiale. Una chiesa sconsacrata, opere d’arte contemporanee alle pareti, pubblico selezionato e attento. Dopo gli appuntamenti di Bergamo, Roma e Torino, Bologna ha ospitato la quarta tappa della riflessione sul tema “L’era della Supremazia. Geopolitica. Tecnologia. Energia” con un programma articolato in tre blocchi: il dialogo con Alec Ross, la sessione sul ritorno della parola oscena: la guerra con Alessandro Arduino, Antonello De Oto, Agnese Pini, Massimiliano Panarari, il panel sull’automotive con FAbio Pressi, Roberto Vavassori Lorenzo Pregliasco e Bruno Perez Almansi.
I saluti di indirizzo sono stati affidati a Enrico Giovannini, direttore scientifico di ASvIS, che ha ricordato come non ci possa essere sviluppo sostenibile in un mondo in cui il multilateralismo è in crisi e la guerra torna a essere strumento di politica tra gli Stati; a Luigi Balestra che ha posto l’accento sulla necessità di dare prospettive di ripartenza all’Italia e al saluto del Presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale.
Il pomeriggio è poi proseguito con Alec Ross, Distinguished Adjunct Professor alla Bologna Business School, già Senior Advisor for Innovation del Segretario di Stato americano nell’amministrazione Obama. Il tono era quello di chi ha visto arrivare la rivoluzione digitale con ottimismo genuino e si trova oggi a fare i conti con quello che è diventata. “Io detesto Donald Trump, penso che sia un demone”, ha detto senza premesse. “Ma se ci rinchiudiamo in un’opposizione difensiva e ci piangiamo non cambia niente. Solo gli ottimisti cambiano il mondo, i pessimisti si lamentano di un mondo inventato e gestito dagli altri.”
Il suo argomento sull’Europa è stato diretto: “Durante gli ultimi anni è stato come una partita di calcio con due squadre in campo: una americana e una cinese. Invece di schierare una propria squadra, l’Europa ha deciso di fare l’arbitro. Ma l’arbitro non vince mai, non c’è una coppa per l’arbitro.” Poi ha aggiunto, con una punta di sarcasmo: “Quando ho visto quella scena nell’Ufficio Ovale: Trump dietro la cattedra e i capi di stato europei come ragazzini in aula, è stato imbarazzante. Gli europei hanno dato il potere a Trump. E l’unico modo di affrontarlo è il modello Sanchez. Quello che è inevitabile con Trum, amici, alleati, amanti, lui li butta fuori tutti. Cambia amici come noi cambiamo i pantaloni.”
Sul tema dell’intelligenza artificiale e dell’Italia, Ross ha rovesciato la narrativa dominante: “Sono molto ottimista per l’Italia di fronte all’IA. Temo più la deficienza demografica che l’intelligenza artificiale. Nei precedenti trent’anni di globalizzazione l’Italia era messa male: essa richiedeva 100 ingegneri a basso costo a Bangalore per produrre qualcosa di impossibile da produrre qui. Adesso con l’intelligenza artificiale cinque o dieci italiani possono produrre quello che tre anni fa richiedeva cento ingegneri.” Ha però aggiunto il rovescio della medaglia: “Siamo al 25° posto su 27 nell’Unione Europea nell’uso dell’IA nelle aziende. Invece di essere schiavi di queste tecnologie dobbiamo diventarne i maestri”.
Il suo ottimismo sull’Italia gli ha fatto scrivere un nuovo libro dal titolo The Italian Dream, edito da Feltrinelli.
Arduino: tre illusioni sulla guerra moderna e sono già tutte cadute
L’intelligenza artificiale progetta l’attacco, i droni agiscono, i soldati vengono osservati da entrambi gli schieramenti attraverso sensori e satelliti, i mercenari sul campo uccidono pagati per farlo. Tre verità restano immutate: la guerra non sarà mai breve, mai economica, mai senza vittime. È questa la tesi di Alessandro Arduino, Associate Fellow al Royal United Services Institute di Londra, che ha presentato il suo “La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari” edito da Einaudi.
Il punto di partenza era un’ammissione: “Quando ho iniziato a lavorare al libro con Einaudi avevo due pilastri nella mente. Uno: la guerra sarebbe diventata molto più veloce grazie all’intelligenza artificiale. Due: sarebbe diventata meno costosa in vite umane. Entrambi si sono sgretolati.” Il problema non è solo tecnico: “I droni non vuol dire che sia una macchina a morire: hanno sempre un obiettivo in carne e ossa. E aumentano la propensione al conflitto per il semplice fatto che si pensa: mandiamo una macchina, non c’è un pilota che viene abbattuto. Ma dall’altra parte c’è comunque un essere umano.”
Il dato più duro è stato quello sui costi: un drone iraniano Shahed 136 costa circa 35 mila dollari. I missili usati per abbatterlo costano da 500mila a un milione e mezzo di dollari. Ogni dottrina militare impone di usare almeno due intercettori per drone. “Massa e sofisticazion, ma la produzione economica è la parte che sembra anche assurda. E non è un caso che all’inizio del conflitto i britannici addestravano le truppe ucraine: oggi sono le truppe ucraine che insegnano ai Royal Marines come usare i droni in un conflitto”.
Sul caso dell’IA che ha bombardato una scuola in Iran, 140 bambine morte al primo giorno per una mappa obsoleta nel sistema, Arduino è stato netto: “Non stiamo parlando di un chatbot o di un LLM. Stiamo parlando di un sistema di data fusion molto più complicato. E la colpa finale è di chi ha premuto il pulsante: avrebbe dovuto verificare su Google Maps che quella scuola era ancora una scuola.”
Pini: non è la guerra che libera un popolo e Trump si accomodi pure a togliere le basi militari dall’Italia
Agnese Pini, direttrice del Quotidiano Nazionale, ha preso la parola portando la prospettiva di chi racconta i conflitti ai lettori del territorio. Il suo intervento si è mosso su due piani. Il primo: la guerra come illusione di soluzione. “Nessuna tecnologia ha ridotto il tempo di una guerra o ha reso il suo esito certo. La guerra non cambia mai nulla da sola, si può cambiare qualcosa dopo la guerra, se ci sono popoli sufficientemente forti e attrezzati per invertire la rotta della storia. L’Europa e l’Italia ci sono riuscite quasi miracolosamente. La mia Carrara si è gemellata con Innsbruck dopo che i nazisti avevano sterminato le nostre famiglie. Questo si chiama invertire la storia” .
Il secondo piano era geopolitico e più tagliente. Sulla minaccia di Trump di ritirare le basi militari dall’Italia: “Prego, si accomodi, ce le riportiamo a casa. Siamo stati sconfitti per mano degli Stati Uniti e abbiamo ceduto territorio sovrano. Le basi americane in Italia non sono una gentilezza: sono convenientissime per loro. Quanto varrebbe quel territorio sovrano nel mezzo del Mediterraneo se Trump dovesse pagarlo?” Sull’Europa ha concluso: “L’Europa fatica perché è democratica. Chi critica questa lentezza sta facendo il gioco di Putin, di Trump, di Xi Jinping. Il consenso non è democrazia, è autoritarismo.”
Vavassori e i numeri che smontano il dual use: il Daily per la pace vale più del Lince per la guerra
L’ultima sessione ha portato la visione di Fabio Pressi, appena rieletto presidente di Motus-E, sul tema della transizione all’elettrico dell’automotive. Ma sul tavolo della discussione sono apparsi anche i numeri dell’industria automotive e le illusioni del dual use. Roberto Vavassori, Presidente di ANFIA e Chief Public Affairs Officer di Brembo, è stato tagliente: “Il Veicolo blindato Lince viene prodotto da Iveco dal 2003. Dal 2003 al 2026 ne sono stati prodotti meno di 5.000. Il Daily viene prodotto a Suzzara in circa 90.000 esemplari all’anno. Pensate davvero che il dual use sia una valvola di sfogo per l’industria automotive? Assolutamente no. Il Daily per la pace è molto più interessante del Lince per la guerra.”
Il ragionamento si è poi allargato alla sfida cinese: “La Cina ha già detto che non prevede di superare il 70-72% di elettrificazione al 2035. La stessa Cina, il campione mondiale dell’elettrico, sa già che non ha intenzione di arrivare ai limiti che, scioccantemente, l’Europa si è data. BYD nasce nel 1994 producendo batterie per i telefoni Nokia. Nokia è sparita. BYD ha oggi un milione di dipendenti e 100 mila ricercatori. La Germania in pochissimi anni ha perso sia l’alleato energetico fondamentale, il gas russo a 12 euro al megawatt, sia il mercato commerciale più importante, che è diventato un nemico”.
La parola finale, quella consegnata alla salva pecunia del Festival, l’ormai celebre raccoglitore di idee per il futuro, è stata semplice e ironica: “Fare! Sappiamo cosa fare. Il problema è che non lo facciamo”.
Una giornata, tre domande
Il Festival del Sarà è promosso dalla Camera di Commercio del Molise, con il patrocinio istituzionale della Camera di Commercio di Bologna, del Comune di Bologna e di Bologna Welcome, e si è svolto in collaborazione con ASvIS nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026. Main partner A2A.
Al termine della giornata, la sensazione prevalente era quella di un dibattito che raramente si riesce a costruire nel formato televisivo o sui social: lungo, senza moderazione ansiosa, capace di ospitare posizioni diverse senza forzarle in uno schema di contrapposizione. Ross, Arduino, Pini e Vavassori non erano d’accordo su tutto, sulla velocità della transizione elettrica, sul ruolo degli Stati Uniti, sull’urgenza del riarmo europeo. Ma condividevano la premessa: che semplificare in questo momento storico sia il lusso che non possiamo permetterci.
La prossima tappa è Termoli, a luglio, nella città sul mare che è la sede originaria del Festival. Il tema rimane lo stesso. Le domande sempre nuove.
Fonte: www.primonumero.it

