C’è chi studia la guerra sui libri e chi la conosce attraverso le lingue che la abitano, attraverso le parole che cambiano di significato quando attraversano una frontiera o una generazione. Elena Kostioukovitch appartiene alla seconda categoria: nata a Kyiv, cresciuta nella Russia sovietica, laureata a Mosca, naturalizzata italiana dal 1996, vive da decenni all’incrocio tra tre culture che il conflitto in Ucraina ha messo in collisione diretta e violenta. Il 17 luglio parteciperà al panel “Guerra e Potere” dell’undicesima edizione del Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro a Termoli, dialogando con Manlio Graziano intorno al libro “Come si va in guerra” e portando una prospettiva che nessun analista strutturale può sostituire: quella di chi quelle culture le ha abitate dal di dentro.
Kostioukovitch è scrittrice e traduttrice in italiano e in russo. Ha pubblicato e curato più di trenta libri, molti dei quali in Russia. Tra questi ha tradotto sette romanzi di Umberto Eco, numerosi libri di non fiction dedicati alla storia della cultura europea, antologie di autori italiani, monografie sulla storia dell’arte e raccolte di poesie. Il suo legame con Eco non era solo professionale: era una complicità intellettuale lunga decenni, fondata sulla fiducia reciproca e su una comunanza di metodo che faceva di lei non solo la sua traduttrice russa ma la sua ambasciatrice culturale in un mondo slavofono che amava e comprendeva Eco in modi che l’autore stesso trovava rivelatori. Ha vinto il Premio Grinzane Cavour per la traduzione nel 2003 e il Premio Nazionale per la Traduzione del Ministero dei Beni Culturali nel 2007.
Nel 2026, in occasione dei dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, ha pubblicato “Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni” (La Nave di Teseo): un’autobiografia collettiva, un saggio sulla traduzione, un viaggio nel cuore creativo di Eco e uno sguardo lucido sulle trasformazioni culturali e politiche degli ultimi decenni. Un titolo che dice già tutto: tradurre in russo mentre la Russia diventava un regime non è stata solo una scelta letteraria ma una presa di posizione, un atto di resistenza culturale condotto con la cura e la precisione di chi ama le parole. Da diverso tempo, dissociandosi dal regime che si è instaurato in Russia, Kostioukovitch preferisce scrivere in italiano: una scelta che dice molto sul rapporto tra lingua e libertà.
La sua presenza a Termoli porta nel panel una voce che incarna fisicamente le tensioni di cui Graziano parla sul piano analitico. Propaganda, identità, manipolazione del senso civico: Kostioukovitch le ha attraversate tutte, da dentro, in tre lingue. Nel 2025 aveva già portato nei festival italiani “Kyiv. Una fortezza sopra l’abisso” (La Nave di Teseo), testimonianza diretta della resistenza ucraina che aveva suscitato grande attenzione. Il Festival del Sarà la accoglie come voce capace di connettere letteratura, memoria e geopolitica in un racconto che la sola analisi fredda non riesce a contenere.
Fonte: www.primonumero.it

