Come si arriva a una guerra? Non sempre per decisione deliberata, non sempre per un calcolo razionale degli interessi. Spesso quasi senza accorgersene, trascinati da meccanismi psicologici e narrativi che lavorano sotto la soglia della consapevolezza collettiva. A volte persino con entusiasmo. È questa la tesi perturbante e rigorosa che Manlio Graziano porterà sul palco di Piazza Duomo a Termoli il 17 luglio, nel panel “Guerra e Potere” dell’undicesima edizione del Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro, dove dialogherà con Elena Kostioukovitch e Greta Cristini attorno alla presentazione del suo ultimo libro.
Graziano è uno dei geopolitici più acuti e metodologicamente rigorosi del panorama europeo. Analista di fama internazionale, astigiano di nascita, già docente alla Sorbona e ora alla Paris School of International Affairs di Sciences Po a Parigi, collabora con il Corriere della Sera e dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis. Il suo campo d’indagine è la logica profonda dei conflitti tra grandi potenze: non la cronaca degli eventi, non il commento contingente, ma la struttura permanente che determina perché certi conflitti scoppiano e perché le società ci cascano ogni volta come se fosse la prima. Nel 2024 aveva già pubblicato con Mondadori “Disordine mondiale. Perché viviamo in un’epoca di crescente caos”, volume in cui tracciava i paralleli tra l’attualità e i grandi momenti di rottura della storia moderna, dalla Guerra dei Trent’anni al Congresso di Vienna, fino al bipolarismo americano-sovietico. Un libro in cui la tesi di fondo era già chiara: la pace non è mai stata un ordine naturale, ma l’ordine imposto dai vincitori agli sconfitti, e il multipolarismo contemporaneo è per sua natura instabile.
Il libro che porta a Termoli, “Come si va in guerra” (Mondadori, 2026), radicalizza quell’analisi. Lo pubblica in un momento in cui il tema del conflitto torna con una frequenza inquietante nel dibattito pubblico. In un’epoca in cui si parla di guerra, persino di un possibile conflitto mondiale o nucleare, il rischio più subdolo è la sua banalizzazione: da una parte il riarmo di molti Paesi suscita ansia, dall’altra le immagini di città rase al suolo e le dichiarazioni infuocate producono assuefazione. Partendo dall’esperienza storica, Graziano esplora i meccanismi di manipolazione psicologica e ideologica che spingono individui e società non solo ad accettare la guerra, ma perfino a invocarla: dalla costruzione del nemico all’illusione rassicurante di essere sempre dalla parte del giusto, dalle dinamiche identitarie alla potenza emotiva della paura. Di solito si va in guerra quasi senza accorgersene, qualche volta persino con entusiasmo: è questa la frase con cui Graziano ha sintetizzato la sua tesi in un recente incontro pubblico, con la stessa lucidità distaccata che caratterizza il suo metodo.
Parallelamente, il libro ricostruisce il processo di deterioramento degli equilibri internazionali: l’erosione della cooperazione tra grandi potenze, l’esplosione di crisi regionali, il moltiplicarsi di governi che non hanno gli strumenti concettuali per gestire la complessità. Il risultato è un saggio che offre strumenti storici per interpretare gli attuali rapporti di forza e trasforma un conflitto tra grandi potenze da ipotesi remota a esito plausibile. Ascoltarlo a Termoli, nel panel moderato da Antonello Barone insieme a due voci eccezionali come quella di Kostioukovitch e Cristini, è uno degli appuntamenti più importanti dell’intera edizione.
Fonte: www.primonumero.it

