Il fondatore di Domino chiude il Festival del Sarà a Torino con il suo metodo: per capire il mondo bisogna capire le civiltà, le identità, i miti. Prima dei missili e degli algoritmi.
C’è un momento, nel mezzo di un’analisi geopolitica di Dario Fabbri, in cui si percepisce qualcosa di insolito nel panorama del commento internazionale italiano: l’uomo non sta parlando di trattati, di PIL, di testate nucleari. Sta parlando di psicologia collettiva. Di come un popolo si rappresenta a se stesso. Di quale narrazione una nazione costruisce attorno alla propria storia per giustificare le proprie ambizioni nel presente. Per Fabbri, la geopolitica non è la scienza delle relazioni tra stati: è la comprensione di cosa vogliono i popoli, nel profondo, al di là delle dichiarazioni ufficiali dei loro governi.
Nato nel 1980, giornalista dal 2013, Fabbri ha costruito la sua credibilità in un modo atipico: non attraverso un dottorato o una cattedra universitaria, ma attraverso anni di analisi su riviste specializzate — Limes, Gnosis, Conflits — e una capacità di divulgazione che si è rivelata straordinariamente efficace quando la guerra in Ucraina ha portato milioni di italiani a cercare qualcuno che spiegasse cosa stava succedendo davvero. Gli speciali quotidiani con Enrico Mentana su LA7 lo hanno reso il volto della geopolitica per un pubblico vastissimo, al di là delle nicchie accademiche.
Nel gennaio del 2022 lascia Limes — dove era stato consigliere scientifico e coordinatore per le Americhe per quasi un decennio — per fondare con Mentana la rivista Domino, di cui è direttore editoriale. L’intuizione è di portare la geopolitica fuori dalla torre d’avorio: una rivista mensile con un linguaggio accessibile, analisi profonde, una prospettiva fondata non sulle ideologie ma sulle identità. Nasce poi la Scuola di Domino. Il suo ultimo libro, ‘Il destino dei popoli’ (Gribaudo, 2025) — titolo che non è casuale rispetto al panel conclusivo del Festival — è una sintesi della sua visione: ogni popolo ha una struttura profonda, un immaginario, una grammatica del potere che determina le sue scelte meglio di qualsiasi analisi razionale degli interessi.
Al Festival del Sarà a Torino, Fabbri chiuderà due giorni intensi di dibattito su energia, algoritmi, disinformazione e infrastrutture critiche con una domanda diversa: e alla fine, chi vince? Non nel senso tattico di chi ha più missili o più teraflop di calcolo, ma nel senso storico di civilità. Quale visione del mondo, quale modello di organizzazione del potere, quale idea di ciò che vale la pena difendere si affermerà nell’era della Supremazia? Il dialogo con Antonello Barone — che di queste domande ha fatto il filo conduttore di undici edizioni di un festival — promette di essere uno degli appuntamenti più stimolanti dell’intera stagione culturale torinese.
Fonte: www.primonumero.it

