Nel chiudere il Festival del Sarà a Torino, il formato nato a Termoli dalla bella intuizione di Antonello Barone, Dario Fabbri ha scelto di spostare lo sguardo: non più soltanto su arsenali, trattati o numeri macroeconomici, ma sul tessuto profondo che plasma le decisioni dei popoli.
Nato nel 1980 e giornalista dal 2013, Fabbri è diventato un punto di riferimento per chi, in questi anni, ha cercato di comprendere la guerra in Ucraina e la nuova disposizione del mondo. La sua è una lettura che mette al centro le identità, i miti e le narrazioni collettive: prima dei missili e degli algoritmi, dice, vengono le storie che una nazione racconta di se stessa.
La credibilità di Fabbri non nasce da una cattedra universitaria ma da anni di analisi pubblicate su testate di settore come Limes, Gnosis e Conflits. La sua capacità di comunicare, affinata nelle pagine specialistiche, è esplosa nelle apparizioni televisive, in particolare con Enrico Mentana su LA7, quando milioni di italiani hanno cercato spiegazioni chiare sui cambiamenti geopolitici in corso.
Nel gennaio 2022, insieme a Mentana, ha lasciato Limes per fondare Domino, rivista che propone una geopolitica non elitaria: mensile, accessibile ma rigorosa, con analisi che privilegiano le identità rispetto alle ideologie.
Il nucleo della tesi di Fabbri è esplicitato nel suo ultimo libro, Il destino dei popoli (Gribaudo, 2025): ogni collettività possiede una “struttura profonda”, una grammatica del potere, un immaginario condiviso, che condiziona scelte politiche e strategiche più di qualsiasi puro calcolo di interesse.
È una prospettiva che trasferisce la geopolitica dalla sfera delle relazioni tra Stati a quella della psicologia collettiva: cosa vuole un popolo davvero? Come si racconta la propria storia e come usa quel racconto per giustificare aspirazioni e azioni nel presente?
Al Festival del Sarà, che ha affrontato temi quali energia, algoritmi, disinformazione e infrastrutture critiche, Fabbri ha chiuso i lavori con una domanda cruciale: e alla fine, chi vince? Non una vittoria misurata in armamenti o capacità di calcolo, ma una vittoria storica di civiltà. Quale modello di organizzazione politica, quale idea di valore sociale e quale visione del mondo sopravviveranno nell’era della supremazia?
Il dialogo con Antonello Barone, curatore di undici edizioni del festival, ha posto queste domande al centro di un confronto che mescola cultura, politica e strategia.
Si potrebbe obiettare che è impossibile spiegare conflitti e scelte statali senza guardare a indicatori materiali: PIL, potenziale militare, dipendenze energetiche. Fabbri non nega l’importanza di questi fattori, ma sostiene che la motivazione profonda di uno Stato, ciò che lo spinge ad agire anche contro i propri interessi economici immediati, derivi spesso da elementi simbolici.
Un popolo che si sente tradito dalla storia, umiliato o impegnato in una missione risanatrice tende ad agire in modi che sfuggono alle tabelle e ai modelli puramente razionali. Questo ribalta la prospettiva analitica: per capire perché un governo prende una decisione, bisogna leggere il romanzo collettivo che quel popolo si racconta.
Con la nascita della Scuola di Domino e della rivista, Fabbri ha tentato di costruire un ponte tra analisi specialistica e pubblico ampio: una sorta di “public intelligence” della geopolitica. Lo scopo è duplice: offrire strumenti rigorosi per capire le dinamiche internazionali e rendere questi strumenti fruibili da cittadini e operatori non specialisti.
È un esperimento culturale che vuole rompere il monopolio delle élite accademiche, senza però rinunciare alla qualità dell’analisi. L’esplosione di interesse per la geopolitica durante la crisi ucraina ha messo in luce un vuoto informativo: molti italiani cercavano chi spiegasse proiezioni, scenari e radici storiche degli eventi.
Qui è entrata in gioco la capacità divulgativa di Fabbri, che ha reso comprensibili e vivide questioni complesse, contribuendo a una forma di alfabetizzazione geopolitica di massa. Ma questa popolarizzazione comporta rischi: semplificazioni eccessive, narrativa sensazionalistica o l’uso strumentale delle storie collettive a fini politici.
La lettura delle identità e dei miti di un popolo è potente e gravida di conseguenze. Se ben applicata, aiuta a prevedere comportamenti e a disinnescare potenziali crisi comprendendone la logica interna. Se mal applicata, può diventare giustificazione di politiche aggressive o paternalistiche: la spiegazione dello spirito nazionale non deve diventare alibi per interventi esterni che interpretano male quel medesimo spirito.
L’analista ha dunque una responsabilità etica: essere rigoroso, contestualizzare e riconoscere la complessità delle dinamiche che osserva.
Nel dibattito contemporaneo l’attenzione agli algoritmi e alle infrastrutture critiche convive con vecchie ossessioni di sovranità energetica e militare. La proposta di Fabbri invita a leggere questa triade alla luce dell’immaginario collettivo: come cambiano le narrazioni nazionali quando una società diventa dipendente da algoritmi stranieri? Che mito si costruisce attorno alla sovranità energetica quando le risorse sono ridistribuite da attori globali?
Domande che richiedono una lettura che tenga insieme tecnica e simbolica. Il Festival del Sarà, nelle parole di Antonello Barone e Dario Fabbri, ha offerto un invito alla cautela intellettuale: non fermiamoci alle apparenze degli eventi, ma ricerchiamo la trama narrativa sottostante.
In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione e da algoritmi che amplificano emozioni, la comprensione delle radici culturali delle scelte collettive diventa strumento di prevenzione e di politica prudente.
Chi, allora, vincerà in questa epoca di supremazia tecnologica e rivalità geopolitica? Forse nessuno in senso assoluto; forse vincerà l’idea di società che saprà coniugare resilienza infrastrutturale, sovranità e una narrativa collettiva inclusiva. La sfida non è soltanto militare o economica: è innanzitutto culturale.
E la scommessa di Fabbri, da Torino alla sua Scuola di Domino, è quella di fornire strumenti per leggere e orientare questa sfida. Il percorso di Dario Fabbri, dalle pagine di Limes alla direzione editoriale di Domino, passando per la televisione e la formazione, rappresenta un modello: la necessità di una divulgazione rigorosa, attenta ai simboli e capace di parlare al grande pubblico.
Se la geopolitica vuole restare utile, dovrà continuare a fare i conti con le emozioni collettive e con le storie che le società raccontano di se stesse. Prima dei missili e degli algoritmi, dunque, vengono i miti; comprenderli è il primo dovere di chi pretende di leggere il mondo.
Fonte: www.ilnuovoabruzzoemolise.it

